Illuminazione – Bodhi

Il termine sanscrito e pāli bodhi (devanāgarī बोधि) indica il ‘risveglio’ buddhista inteso in senso spirituale, tradotto in Occidente anche con il termine ‘illuminazione’. Il termine bodhi indica quindi l’illuminazione spirituale nell’ambito della religione buddhista.

Origine del termine e sua resa in altre lingue orientali

Il termine bodhi è derivato dalla radice verbale bud (accorgersi, apprendere, capire), corrispondente al verbo bodatibodate (sanscrito; bujjhati in lingua pāli). Stessa etimologia ha la parola Buddha (il “risvegliato”).

Tale termine possiede tre rispettive rese nelle altre lingue orientali:

  • in cinese 悟 ;
  • in giapponese satori o go;
  • in coreano 오 o;
  • in vietnamita ngộ;

o anche

  • in cinese 覺 jué;
  • in giapponese kaku o gaku;
  • in coreano 각 gak o kak;
  • in vietnamita giác;
  • in tibetano thugs su chud pa;

o anche

  • in cinese 菩提 pútí;
  • in giapponese bodai;
  • in coreano 보리 bori o pori;
  • in vietnamita bồ đề;
  • in tibetano byang chub.

Bodhi e la sua traduzione nelle lingue occidentali con i termini di “illuminazione” e “risveglio”

Nel XIX secolo, in particolare in ambienti intellettuali legati alla Società Teosofica, è invalso in Occidente l’uso di tradurre bodhi con “illuminazione” e così viene tradotto tuttora nelle principali lingue europee.

William K. Mahony ritiene questa traduzione pertinente:

Coerentemente con il concetto diffuso in Asia meridionale e orientale, secondo il quale la verità finale viene appresa grazie a una “vista” straordinaria (per cui si parla, dal punto di vista religioso, “vista interiore” o “visione”), l’illuminazione è spesso descritta come un’esperienza nella quale si “vedono” le cose come sono realmente e non più come esse appaiono. Aver raggiunto l’illuminazione significa aver visto attraverso la fuorviante trama di illusione e ignoranza, e attraverso l’oscuro velo della comprensione abituale, la luce e la chiarezza della verità stessa. Il termine illuminazione solitamente traduce la parola sanscrita, pāli e pracritica bodhi che in senso generale significa “saggio, intelligente, pienamente conscio”. Di conseguenza, bodhi sta anche a indicare una certa “luminosità” (altro tema visivo) della coscienza individuale.

Robert M. Gimello ritiene invece che la traduzione con “illuminazione” del termine sanscrito bodhi possa condurre a dei fraintendimenti e che quindi il termine “risveglio” vada raccomandato al suo posto.

La dottrina della bodhi

La bodhi rappresenta in ambito buddhista la mèta del percorso religioso. Nel primo buddhismo questa mèta veniva indicata con il sostantivo maschile sanscrito mokṣa (liberazione) ripreso dalle prime Upaniṣad termine poi progressivamente sostituito con quello di bodhi per indicare un analogo significato, ovvero la liberazione dal saṃsāra, il ciclo delle rinascite.

Nel panorama delle differenti scuole buddhiste, e delle rispettive dottrine, l’ottenimento della bodhi acquisisce differenti contenuti e significati, così come sono differenti i percorsi da intraprendere per la sua realizzazione.

La realizzazione della bodhi nel Buddhismo Theravāda

Nel Buddhismo Theravāda la bodhi viene conseguita da coloro che avendo udito e compreso profondamente la dottrina delle Quattro nobili verità si siano contestualmente incamminati lungo l’Ottuplice sentiero realizzando quindi lo stato di arahant (pāli; sanscrito araht).

Questa “illuminazione”, propria degli sāvaka (pāli; sanscrito śrāvaka; ‘uditori’) è identica, sempre per la scuola Theravāda, anche per i pacekkabuddha (pāli; sanscrito pratyekabuddha; ‘buddha solitari’) e gli stessi buddha.

Non c’è quindi differenza nella qualità della bodhi tra sāvaka, pacekkabuddha e buddha; la differenza tra questi è piuttosto nel fatto che solo i buddha sono in grado di insegnare la ‘dottrina’, il Dhamma (pāli; sanscrito Dharma) al termine del loro percorso di bodhisatta (pāli; sanscrito bodhisattva) avendo realizzato lo stato di buddha perfetti (pāli sammāsambuddha; sanscrito samyaksaṃbuddha).

Per mezzo della realizzazione della bodhi, gli sāvaka, i pacekkabuddha e i buddha entrano nel nibbāna (pāli; sanscrito nirvāṇa) e, dopo la loro morte, nel parinibbāna (pāli; sanscrito parinirvāṇa).

La realizzazione della bodhi, e conseguentemente dello stato di arahant e l’ingresso nel nibbāna, avviene quando vengono estinte in modo definitivo tutte le passioni (pāli kilesa; sanscrito kleśa) e gli attaccamenti (pāli taṇhā ; sanscrito tṛṣṇā) e le loro cause. La mente è così liberata dalle tre impurità (pāli asava; sanscrito āsrava): quella dei sensi, del divenire e dell’ignoranza, causa delle infinite rinascite nel samsāra (pāli; sanscrito saṃsāra). L’arahant così liberato non rinascerà più in quanto le sue azioni non hanno più frutto karmico.

La realizzazione della bodhi nel Buddhismo Mahāyāna e nel Mahāyāna Vajrayāna

Nel Buddhismo Mahāyāna e nel Buddhismo Mahāyāna Vajrayāna, la bodhi conseguita nelle scuole del Buddhismo dei Nikāya e nel Buddhismo Theravāda è considerata incompleta e quindi non corrisponde alla bodhi più profonda (l’anuttarā-samyak-saṃbodhi).

Tale considerazione si fonda sul fatto che tali scuole non accolgono come canonici i sutra mahāyāna rifiutando le dottrine lì riportate.

D’altro canto questi sutra mahāyāna, in particolar modo i Prajñāpāramitā sūtra e il Sutra del Loto, non pongono al centro dell’insegnamento del Buddha Śākyamuni la dottrina delle Quattro nobili verità, considerata una dottrina hīnayāna (del “Veicolo inferiore” contrapposto alle dottrine Mahāyāna ovvero del “Grande Veicolo”).

Per le scuole del Buddhismo dei Nikāya e nel Buddhismo Theravāda invece la dottrina delle Quattro nobili verità è centrale per la realizzazione della bodhi risultando invece le dottrine mahāyāna come non ‘autentiche’ (mai insegnate dal Buddha Śākyamuni) e, in ultima analisi, non utili per la realizzazione del “risveglio”.

Secondo i buddhisti mahāyāna invece solo la comprensione delle dottrine mahāyāna, con particolare riguardo a quella della vacuità (sanscrito śunyātā, assenza di sostanzialità inerente a tutti i fenomeni) unitamente a quella dell’anātman (assenza di sostanzialità inerente nel percettore dei fenomeni), può portare alla realizzazione della “saggezza onnicomprensiva” (sarvajñatā) e quindi alla bodhi. Per realizzare il “risveglio” non è sufficiente quindi, per i mahāyāna, estinguere la passioni, gli attaccamenti e le loro cause, che anzi nel quadro di queste dottrine radicalmente olistiche sono identiche alla “illuminazione”, ma occorre piuttosto ‘comprendere’ la natura della realtà e la causa dei fenomeni. Per questa ragione il Buddha Śākyamuni, invitato ad esporre nel II capitolo del Sutra del Loto la verità profonda che conduce alla bodhi, la esprime con la dottrina del tathātā (sanscrito; la “talità” ovvero “come le cose sono”) e non con la dottrina delle Quattro nobili verità.

Nel Buddhismo Mahāyāna la bodhi completa si raggiunge quindi entrando nel veicolo dei bodhisattva (bodhisattvayana) praticando le pāramitā e percorrendo le dieci terre dei bodhisattva (sanscrito daśabhūmi) fino al “risveglio” finale. A questo percorso progressivo si aggiunge un altro percorso che si fonda sulla “illuminazione improvvisa” (in lingua cinese 頓教 dùnjiào) tipica ad esempio della scuola buddhista cinese Chán e del suo corrispettivo giapponese, il Buddhismo Zen.

A questo quadro di dottrine e pratiche fondate sulle pāramitā, il Buddhismo Mahāyāna Vajrayāna aggiunge e predilige degli insegnamenti “esoterici” denominati tantra aventi lo scopo di realizzare “in questo corpo e in questa vita” il profondo “risveglio” spirituale.

La realizzazione della bodhi nel Buddhismo Zen

Il Satori (悟, giapponese Satori, da satoru, “rendersi conto”; cinese Wù, coreano 오 O; vietnamita: Ngộ), nella pratica del Buddismo Zen indica l’esperienza del risveglio inteso in senso spirituale, nel quale non ci sarebbe più alcuna differenza tra colui che si “rende conto” e l’oggetto dell’osservazione.

Satori, in termini psicologici, è un oltre i confini dell’Io. Da un punto di vista logico è scorgere la sintesi dell’affermazione e della negazione, in termini metafisici è afferrare intuitivamente che l’essere è il divenire e il divenire è l’essere.
(Daisetz T. Suzuki, dall’introduzione del libro Lo zen e il tiro con l’arco)

Il satori è il momento dell’illuminazione nella pratica del Buddismo Zen, momento in cui l’intera esperienza personale e cosmica è proiettata in un unico istante, che porta ad un annullarsi cosciente del soggetto, non derivante da una rinuncia al mondo esterno ma dalla partecipazione ad esso tramite l’atto puro. Tale processo è ben espresso dalla forma poetica dell’haiku.

Allora per sette giorni, libero da malessere del corpo, egli sedette contemplando la propria mente e i suoi occhi non ammiccavano mai, il saggio riflettendo che in quel sito aveva raggiunto il “Risveglio”, realizzò il desiderio del suo cuore.
Aśvaghoṣa. Buddhacarita, Le gesta del Buddha. XIV, 94

Illuminazione è essere qui e ora, vivere il presente significa dimorare nell’eterno
Sri Govinda

Link Utili

Bodhi – Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

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