Impermanenza e Attaccamento

Impermanenza e Attaccamento. Ovvero, ognuno di noi soffre.
Soffriamo a causa del nostro attaccamento a cose, idee e beni materiali che nulla hanno a che fare con la nostra vera essenza.

Nulla oltre la vera consapevolezza dell’io appartenente al tutto può dare vera felicità.
Nulla oltre l’amore universale che ne scaturisce può dare vera serenità d’animo.

Tutto ciò che possiedi è un fardello, se ti è utile vivilo comunque con distacco.
Tutto il denaro che hai è illusione di valore, perché nulla ha più valore della consapevolezza e dell’illuminazione.

Quindi di fronte alla cattiveria umana, alla violenza, all’odio, alla rabbia, all’ignoranza, al desiderio, all’invidia e ogni sentimento ed emozione negativa che alberga in te e ti circonda, distaccati con compassione.

Osserva con compassionevole distacco che ogni cosa è impermanente, la tua casa, il tuo nemico, la tua stessa sofferenza.
Così perderai l’attaccamento alle cose dannose e inutili per il tuo cammino verso l’illuminazione e diventerai un Buddha.

Dino Olivieri

Impermanenza e Attaccamento nel Buddhismo – Anitya

Anitya, “impermanenza”, è un termine sanscrito (lingua pāli anicca; cinese 無常S, wúchángP; giapponese 無常 mujō?; tibetano mi rtag pa) che indica uno dei tre aspetti fondamentali dell’esistenza nella dottrina canonica del buddhismo, che sono:

  • l’impermanenza o cambiamento o divenire (anitya)
  • la sofferenza o l’insoddisfacibilità connaturata alle cose mondane (duḥkha)
  • il non sé o l’insostanzialità della personalità o l’inesistenza di un nucleo permanente e separato (anātman)

Insieme queste tre caratteristiche fondamentali dell’esistenza, della vita di ogni “essere senziente”, formano la base causale della dottrina delle Quattro Nobili Verità e quindi della ricerca spirituale buddhista, consistente nella vita ascetica per i membri della comunità monastica, e nella coltivazione del Nobile Ottuplice Sentiero e dei precetti buddhisti per tutti i praticanti buddhisti: monaci, monache, laici e laiche, che costituiscono la tradizionale quadripartizione della società buddhista.

Nelle parole di Bhikkhu Ñanamoli:

Qualsiasi cosa È, sarà ERA.

Citazioni canoniche

Nelle parole del Buddha Shakyamuni, secondo la tradizione del Canone Pāli:

«La percezione dell’impermanenza, o bhikkhu, sviluppata e assiduamente praticata, porta all’abbandono delle passioni sensuali, all’abbandono della passione per l’esistenza materiale, all’abbandono della passione per il divenire, all’abbandono dell’ignoranza, all’abbandono e all’annullamento di ogni presunzione circa l'”Io sono”».
«Come quando in autunno un agricoltore, arando con un grande aratro, recide tutte le radici che si diramano nel suolo mentre ara; nello stesso modo, o bhikkhu, la percezione dell’impermanenza, sviluppata e assiduamente praticata, porta all’abbandono delle passioni sensuali… all’abbandono e all’annullamento di ogni presunzione circa l'”Io sono”».
Saṃyutta Nikāya, 22.102

«Sarebbe meglio, o bhikkhu, che una persona ordinaria e non istruita consideri questo corpo, costituito dei quattro grandi elementi, come il proprio sé piuttosto che la mente. Perché questo? [Perché] questo corpo si può constatare durare per un anno, o per due anni, cinque anni, dieci anni, venti anni, cinquant’anni, cent’anni e ancora di più. Ma quello che si chiama mente, che si chiama pensiero, che si chiama coscienza, di continuo un momento sorge e un altro cessa, di giorno come di notte».
Saṃyutta Nikāya, 12.61

Link Utili

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